ARCHITECTURE AND SOCIAL COMMUNICATION

Originally published in Misurare la comunicazione, November 18, 2009 (Italian version)

The article explores the relationship between architecture and social communication based on the experience of the CBF-Centre pour le Bien-être des Femmes (Centre for the Wellbeing of Women) in Burkina Faso, Africa. With FAREstudio and AIDOS-Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (Italian version).

Architettura e comunicazione sociale

Può l’architettura farsi portatrice di un messaggio sociale al pari, o al servizio di un campaigning? Può essere misurata l’efficacia della comunicazione architettonica?

Avanziamo una riflessione sulla relazione tra architettura e comunicazione sociale, sulla base della nostra esperienza: la realizzazione del Centre pour le Bien-être des Femmes (CBF) in Africa, per conto dell’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (AIDOS).

Centre pour le Bien-Être des Femmes (CBF), Ouagadougou 2008 © Cariddi Nardulli

Il contesto di riferimento è il Burkina Faso, dove il 76,6 % delle donne (Demographic and Health Survey 2003) subisce mutilazioni dei genitali. Il CBF si trova nel settore 27 di Ouagadougou, quartiere povero in cui si concentrano le famiglie recentemente immigrate nella capitale, legate a tradizioni ancestrali, come quella delle Mutilazioni Genitali Femminili (FGM). AIDOS promuove nel 2005 la realizzazione di un Centro di Consulenza e Formazione per la salute delle donne e la prevenzione delle FGM.

Se è vero che in termini di comunicazione, per dirla con l’Umberto Eco dell’ormai lontana ma utile Struttura assente, la forma architettonica denota la funzione solo sulla base di un sistema di attese e di abitudini acquisite, l’esperienza del CBF evidenzia come tale sistema di attese e di abitudini non è sempre univocamente determinato: in questo caso l’universo culturale e sensoriale, nonché i codici di riferimento dell’emittente, proveniente dall’ Europa Mediterranea (AIDOS + FAREstudio), e del referente, originario dell’Africa Sub-Saheliana [donne burkinabé e ONG partner locali], sono profondamente diversi.

Questa situazione in ambito fisico e spaziale richiama quella più generale relativa al valore percepito dell’atto stesso della mutilazione genitale: l’FGM nelle comunità tribali è considerata il necessario tributo all’ingresso della donna nel sociale e presupposto per la sua accettazione da parte della comunità; mentre nel mondo occidentale è considerata una violazione del corpo femminile, che porta a degenerazioni fisiche, alla morte per parto o dissanguamento, nonché una terribile violenza psicologica. In altri termini, il CBF, al pari del messaggio di AIDOS, è percepito come messaggio di rottura rispetto alle abitudini consolidate costruttive e d’uso dello spazio, e alle convenzioni estetiche locali.

Rap against FGM, Ouagadougou by STUDIO ABAZON (2009)

Ma il CBF fa di più, introducendo elementi nuovi o dimenticati:
– il suolo virtuale sopraelevato, che ripara gli ambienti dalle inondazioni e dalla polvere superficiale, suggerisce un’alternativa di ‘distacco funzionale’ dalle logiche consolidate della cultura dominante e delle sue tradizioni costruttive e sociali;
– il piano inclinato della rampa di accesso, consente la fruizione del centro alle persone disabili, oltre a suggerire un movimento di elevazione a livello percettivo e psicologico per le donne assistite;
– i due edifici rispondono funzionalmente a delle attività complementari di tipo privato (counseling centre) e pubblico (training centre), e definiscono al contempo una piattaforma condivisa per gli scambi intermedi, un ambito semi-pubblico o semi-privato (a secondo di come lo si intende), un invito al raccoglimento prima della presa di coscienza e della condivisione di tematiche tabù.

J’ai des Droits (CBF), Ouagadougou 2008 © Sheila McKinnon

Dal punto di vista della costituzione di uno spazio ‘condiviso’, e del relativo messaggio di partecipazione e apertura, l’edificio si pone in diretta antitesi rispetto ad una realtà corrente che vede privilegiati, e non solo in Africa, gli spazi individuali/privati rispetto a quelli sociali/pubblici. In tal senso Il CBF si presta ad essere utilizzato dalla comunità anche nelle aree esterne definite dal recinto del lotto, dove sono previsti ambiti per la personalizzazione dell’uso dello spazio. Così il giardino diventa sede di riunioni, rappresentazioni teatrali, ambito informale e familiare per la diffusione della campagna contro le FGM.

L’edificio inoltre, oltre ad essere energeticamente autonomo, è facilmente manutenibile e realizzato con componenti riciclabili, laddove il concetto di biodegradabilità e sostenibilità hanno più senso di quello della durabilità dell’edificio. Il concetto di sostenibilità rimanda alla metodologia AIDOS del capacity building: il Centro dal punto di vista della gestione, interamente locale, sarà autonomo e si autofinanzierà nel medio periodo.

In che misura tali scelte sono state, sotto il profilo della comunicazione, intenzionali?

Questo tema rimanda al tema più ampio circa il valore semantico dell’architettura che, in considerazione della sua intrinseca multimedialità, ‘significa’ qualcosa. Sarebbe riduttivo pensare di poter compiere una lettura meramente funzionale degli elementi morfologico-costruttivi, che costituiscono il sistema dei segni architettonici. Assumere il significante quale mero referente del simbolo a cui corrisponde (porta = accesso, muro = diaframma, pilastro = struttura), corrisponderebbe ad un pericoloso appiattimento tra referenza e referente, che mortificherebbe, limitandolo ad un solo livello, il potenziale comunicativo. Nel caso del CBF, a fronte di un codice sintattico di chiara riconoscibilità—l’edificio è leggibile per elementi quali la fondazione, i pilastri, le travi ecc—, abbiamo osservato che possono essere letti, a posteriori, molteplici livelli semantici.

Ma proprio perché si tratta di una possibilità, legata alla problematica padronanza dei codici dei vari interlocutori coinvolti, si è inteso operare un ulteriore atto di esplicitazione comunicativa: il CBF manifesta il suo carattere (in questo caso sì, intenzionalmente) didascalico, o meglio ideologico, realizzando sulle pareti esterne scritte in varie lingue che proclamano la parità dei diritti della donna rispetto all’uomo quale concetto universale imprescindibile—sorvolando, per un momento, sui livelli di reale alfabetizzazione della comunità. Laddove tutto questo non bastasse, le pareti stesse sono colorate utilizzando colori primari, poco “vernacolari” e più riconducibili al linguaggio universale della pubblicità commerciale, conferendo al CBF una forte riconoscibilità sullo sfondo monocromatico circostante.

Non è chiaro quanto di tutta questa ‘comunicazione’ architettonica, grafica, visuale, più o meno preterintenzionale, sia percepito dalla popolazione locale e contribuisca effettivamente all’efficacia del messaggio (e della intenzione sociale che ha mosso AIDOS). Non si dispone, al momento, di un misuratore ‘scientifico’ di tale efficacia. E’ vero che, dai rapporti di AIDOS, si evince che non solo l’edificio ha suscitato interesse nel mondo delle ONG che operano in Burkina Faso, che altri finanziamenti sono stati erogati a fronte dell’apertura del CBF, che centri giovanili e piccole attività commerciali sono sorte nei lotti vicini, ma anche soprattutto che le donne del settore 27 hanno esperito, con una certa titubanza iniziale, la possibilità di accesso a un centro medico di qualità architettonica e di servizi allo stesso costo di un qualsiasi altro centro in Ouaga. E che pertanto lo considerano un segno di identità/dignità della loro comunità.

Il senso dell’edificio sicuramente si è ampliato gradualmente, dalla condivisione della fase costruttiva con la comunità e le maestranze locali, alla cerimonia di inaugurazione al suono di tamburi, al suo utilizzo quotidiano quale luogo elettivo dove celebrare un matrimonio comune, rappresentare performance teatrali, ambientare un videoclip rap contro l’escissione femminile. Dal punto di vista di chi scrive il CBF, che ha ottenuto importanti riscontri in ambito architettonico, ha permesso di provare a praticare l’architettura come possibile atto concreto di politiche per lo sviluppo sociale.